L’immaginazione come organo della conoscenza

L’immaginazione come organo della conoscenza

Quanto ancora usiamo l'immaginazione per cogliere la realtà? Sono i nostri pensieri vivi ed in movimento? Come possiamo cogliere il movimento o il cambiamento se i nostri pensieri sono statici? Come se guardassimo sempre la realtà attraverso delle foto. Come se i nostri pensieri fossero dei sassi. Hai mai provato ad immaginare come una pianta un tempo non fosse solo pianta, e un insetto non fosse solo insetto?

Come se, in epoche lontane, esistessero interregni della natura, territori di confine in cui le forme non erano ancora separate, ma fluide, in trasformazione.
Osservando con attenzione il rapporto tra fiori e insetti, emerge qualcosa che va oltre la semplice funzione biologica. Il fiore sembra attendere l’insetto come una controparte necessaria, mentre l’insetto, nel suo modo di muoversi, di nutrirsi, di trasformarsi, appare come un fiore liberato dal suolo. La farfalla, che nasce da un uovo, attraversa la fase della crescita come un germoglio, si dissolve nella crisalide come un bocciolo che si prepara a fiorire, e infine si apre al mondo come un fiore alato.
Qui il pensiero statico non basta. Se osserviamo la realtà solo come una somma di oggetti finiti, perdiamo il processo, il divenire, il gesto che unisce le forme. Il bruco non è solo un insetto, così come il germoglio non è solo una pianta: entrambi sono movimenti, ritmi di espansione e contrazione, metamorfosi che puó diventare linguaggio e quindi processo di pensiero in movimento.
Il fiore, nella sua forma concentrata e quasi “animale”, raccoglie in un punto ciò che nella pianta è diffuso. L’insetto, con il suo comportamento, completa ciò che il fiore inizia. Non sono entità isolate, ma parti di un unico organismo più grande, diviso nel tempo e nello spazio.
Forse recuperare l’immaginazione non significa inventare, ma imparare a vedere di nuovo il movimento dietro le forme. Rendere i pensieri meno simili a sassi e più simili a processi viventi. Solo così possiamo cogliere una realtà che non è fatta di fotografie, ma di trasformazioni continue. E quindi anche una sorta di congedo dal paradigma che genera sempre e solo immagini fisse e pregiudizi. 
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